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Ansia e ritiro sociale nella Psoriasi

Ansia e ritiro sociale nella Psoriasi

Negli ultimi anni numerosi studi in ambito psicosomatico hanno incluso l’ansia sociale tra i disturbi secondari osservati più frequentemente nella psoriasi, una patologia infiammatoria cronica immunomediata e iperproliferativa della pelle che colpisce approssimativamente il 2% della popolazione, si presenta con manifestazioni cliniche molto variabili ed è spesso associata a comorbilità significative che compromettono gravemente la qualità della vita dei pazienti.

L’impatto psicologico e sociale della malattia è particolarmente rilevante a causa della visibilità delle lesioni cutanee. I pazienti psoriasici provano spesso imbarazzo per il loro aspetto e temono di suscitare reazioni di disgusto e avversione, soprattutto nelle situazioni in cui la loro pelle è maggiormente visibile e sono più esposti al rischio di essere osservati ed evitati (spiagge, piscine, palestre, saune). Secondo alcuni autori il 26% dei pazienti ha sperimentato almeno una volta il rifiuto di essere toccati o l’umiliazione di essere invitati a lasciare locali o mezzi pubblici (Gupta, 1998; Ginsberg e Link, 1989).

Esperienze reali di umiliazione e di rifiuto (enacted stigma) possono essere devastanti e determinano emozioni di vergogna e di colpa, sensazione di essere “sporchi” o “screpolati”, sensibilità interpersonale, aspettativa del rifiuto (perceived stigma) e tendenza all’isolamento. Le esperienze di stigmatizzazione, unite a bassa autostima, senso di vulnerabilità e sentimenti di helplessness, favoriscono lo sviluppo dell’ansia sociale.

L’ansia anticipatoria rispetto alla possibilità di essere giudicati negativamente e di essere rifiutati per l’aspetto della loro pelle determina in questi pazienti due strategie comportamentali: in primo luogo, scrutano costantemente gli atteggiamenti degli altri per assicurarsi di non essere osservati; in secondo luogo, adottano strategie di coping che consistono in comportamenti protettivi (es. cercare di nascondere la pelle con un abbigliamento non appropriato) e nell’evitamento di situazioni sociali, relazioni intime e opportunità lavorative e di studio. Queste strategie comportamentali si rivelano disfunzionali: i comportamenti protettivi attirano maggiormente l’attenzione degli altri e rinforzano la paura del giudizio negativo, le condotte di evitamento alleviano temporaneamente l’ansia anticipatoria ma a lungo andare compromettono le relazioni interpersonali e sociali e l’attività lavorativa, causano inibizione a livello di relazioni intime e sessuali e conducono ad un graduale e significativo ritiro sociale.

Il ritiro sociale ha un impatto negativo anche sull’aderenza al trattamento che determina un peggioramento della patologia cutanea, creando un circolo vizioso che accentua ulteriormente l’isolamento sociale dei pazienti, e favorisce l’adozione di comportamenti pericolosi per la salute, come l’assunzione e l’abuso di alcol.
Dai dati dell’interessante articolo di Ros, Puig e Carrascosa, che è uno studio sull’impatto cumulativo della psoriasi nel tempo, si può concludere che l’ansia sociale è un disturbo secondario della psoriasi ma nello stesso tempo può contribuire all’esacerbazione o al peggioramento della malattia. L’importanza di questi fattori è confermata dai risultati positivi della terapia cognitivo-comportamentale nei pazienti affetti da psoriasi.
Gli autori evidenziano che la terapia cognitivo-comportamentale associata al trattamento dermatologico, attraverso la modificazione della percezione della malattia, lo sviluppo di strategie di coping adeguate all’età e alla situazione del paziente e la riduzione dei sintomi psicologici, determina anche una significativa riduzione della gravità clinica della psoriasi.
S. Ros, L. Puig, J.M. Carrascosa. Cumulative Life Course Impairment: The Imprint of Psoriasis on the Patient’s Life, Actas Dermosifiliograficas, 2014;105(2):128-34