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Quando si pensa che essere “fighi” sia l’unico modo per partecipare

Quando si pensa che essere “fighi” sia l’unico modo per partecipare

Mi è capitato di seguire con passione una serie tv che negli ultimi anni ha avuto un notevole successo. La serie in questione è “The Big Bang Theory”, ideata da Chuck Lorre e Bill Prady e prodotta dalla Warner Bros. La ragione del successo di questa serie, come ho anche letto in numerose recensioni, è che per la prima volta viene affrontata in modo estremamente intelligente e ironico la difficoltà a entrare in relazione con gli altri. Una problematica poco affrontata ma evidentemente condivisa da molti. La serie racconta le gesta di quattro amici scienziati intelligentissimi, ma con scarse abilità sociali, la cui vita viene stravolta dall’arrivo di una vicina di casa diametralmente opposta a loro. La ragazza in questione, Penny, non mostra, infatti, di possedere una grande intelligenza, ma è molto affascinante e abile nelle relazioni sociali. A mio avviso la bellezza della serie sta proprio nella genialmente comica rappresentazione dello scontro tra questi due mondi, che inevitabilmente porta in evidenza tutte le incomprensioni e difficoltà relazionali dei quattro ragazzi “nerd”.

 

In questo articolo non voglio soffermarmi sulle specifiche caratteristiche di personalità o diagnosi psicologiche dei personaggi (Asperger, Fobia Sociale, Disturbo Evitante, etc.), come è stato tentato in altri articoli che ho comunque trovato molto interessanti. Anzi, qui mi appello alla battuta di uno dei personaggi, Sheldon: “io non sono pazzo. Mia madre mi ha fatto controllare più volte da piccolo!”.

Trovo però che, indipendentemente dalle diagnosi, la serie fornisca numerosi esempi e spunti di riflessione sulle tematiche inerenti l’ansia sociale e il dolore di non riuscire a entrare in relazione con il prossimo.

In particolare, vorrei ripercorrere alcune scene di una puntata discutendola alla luce di alcuni modelli e teorie sull’ansia sociale. La puntata in questione è la dodicesima della seconda stagione, “L’instabilità del robot killer”.

La puntata inizia con i quattro ragazzi che hanno costruito un robot che vogliono far partecipare a una competizione universitaria per combattimenti tra robot. La loro idea è che, dopo una vita caratterizzata da umiliazioni in cui sono stati oggetto di bullismo e in cui l’unica soluzione percorribile fosse la resa o la fuga, potessero avere finalmente una rivalsa grazie al loro robot killer. Mentre provano il loro robot arriva Penny, e Howard, uno dei ragazzi, inizia a parlare con lei con l’intento di flirtare. Il suo atteggiamento è caricaturale e diventa inopportuno poiché utilizza frasi a sfondo sessuale, senza rendersi conto che possano essere percepite come offensive dall’altra persona. Ovviamente, la conseguenza di questo approccio è l’irritazione di Penny, la quale risponde dicendogli che è patetico, inquietante e che nessuna donna vorrà mai avere a che fare con lui. La scena si conclude con lui che, umiliato e triste, se ne va a casa sua dove si ritira per giorni in solitudine.

L’aria che si respira in questa scena è quella della rivalsa, il desiderio di potersi finalmente sentire più forti, migliori e più affascinanti degli altri. Questo vissuto è comprensibile alla luce del fatto che essere visti come persone di valore, attraenti e rispettate è un bisogno fondamentale di ogni individuo, poiché aumenta le probabilità di essere voluti dagli altri e non allontanati. Episodi e vissuti di esclusione e discriminazione portano alla conclusione che gli altri non abbiano una buona immagine di noi e che l’unica soluzione percorribile sia quella di dimostrarsi migliori e nascondere quelli che riteniamo i nostri difetti. Da qui nasce la sensazione di essere “sfigati” e l’aspettativa di dover, ma non riuscendoci, essere più “fighi”. Si entra in un mondo di competizione su chi è più “figo”, dove bias cognitivi portano a vederci sempre più come perdenti, e a invidiare gli altri che valutiamo vincenti.

Pertanto, si entra in modalità cognitive disfunzionali in cui si invidiano i pregi degli altri e si sottovalutano i propri fino anche a disprezzarli, dove si inizia a sognare cose come: se fossi più muscoloso, se fossi più alto, se fossi più atletico, se fossi più bello, se fossi più intelligente, se fossi più simpatico, se fossi più fantasioso, etc. In questa condizione è particolarmente difficile attribuire un valore positivo al proprio modo di essere e si cercano modelli esterni ritenuti più vincenti. Questo è quello che fa Howard che, per apparire attraente agli occhi di Penny, sembra rifarsi a frasi prese da film che non gli appartengono e lo rendono finto.

Ma quale è il problema di ciò? È l’illusione che appartenere, essere accettati e desiderati sia direttamente collegato all’essere “fighi”. In realtà essere “fighi” aumenta solo le probabilità di sperimentare un senso di appartenenza e accoglienza ma non ne è la causa.

Il senso di appartenenza deriva dalla condivisione empatica di stati emotivi legati a scopi, interessi, momenti piacevoli e spiacevoli e si basa sulla preoccupazione o attenzione per l’altro e per i suoi stati emotivi.

Come a voler sottolineare l’importanza di questo aspetto, in una scena successiva, Penny si reca a casa di Howard per fargli le sue scuse e per convincerlo a uscire dal suo ritiro. In una prima battuta Howard, ferito e sempre all’interno di un ciclo relazionale competitivo, dice a Penny di “essere grande e grosso e che non si fa traumatizzare da un commento qualunque detto da una donna qualunque”; “in fondo tu chi sei?” aggiunge. A seguito di questo commento, la reazione di Penny è quella di prendere distanza da Howard e, infatti, inizia ad andare via, per poi fermarsi e tornare indietro quando sente che Howard piange sonoramente.

Nella scena successiva assistiamo a Howard che, in lacrime, racconta a Penny tutti gli episodi della sua vita in cui è stato umiliato e allontanato nel momento in cui mostrava il suo amore e interesse nei confronti di un’altra ragazza.

Durante il racconto di Howard si inizia a percepire qualcosa di importante. Lo si sente improvvisamente più vicino a noi, più accessibile, più simpatico e “una persona vera” come sottolinea Penny in una battuta (ovviamente a piccoli tratti, perché si tratta pur sempre di una serie comica). Perché iniziamo a provare questo senso di appartenenza con un personaggio che prima sentivamo lontanissimo? Perché Howard sta manifestando qualcosa che molto probabilmente tutti noi abbiamo provato almeno una volta nella nostra vita, e cioè il grande dolore di sentirsi rifiutati da una persona che amiamo e che ci piace. Anche Penny, nonostante agli occhi di Howard possa apparire così affascinante da non poter essere soggetta a un rifiuto, ha sicuramente sperimentato questo tipo di dolore e proprio grazie a questo vissuto riesce a vivere empaticamente quello di Howard. Empatizzare sullo stato emotivo dell’altro ci permette di capire cosa c’è nella sua mente e di condividerne l’esperienza sentendosi più vicini o come si usa dire “sulla stessa barca”.

Concludendo, a mio avviso questo episodio può essere preso come un buon, e sicuramente divertente, esempio del fatto che manifestare le proprie emozioni, facendo attenzione e preoccupandoci di quelle degli altri, sia il modo più “figo” per entrare in relazione con gli altri e sentirci parte di qualcosa.

di Fabio Moroni