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Timidezza

Timidezza

 

Che cos’è la timidezza?
A tutti sarà capitato di provare un’episodica difficoltà o ansia in occasioni sociali, mentre sono diverse le persone che le vivono con difficoltà costante. Questa condizione è definita con numerosi appellativi, a volte usati impropriamente in modo interscambiabile, specialmente dai “non addetti ai lavori”: ansia sociale, timidezza, ritrosia sociale, introversione, fobia sociale, inibizione, disturbo evitante, ecc. Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza in merito, definendo cosa sia l’ansia sociale, la timidezza e dare un accenno alla fobia sociale, con cui viene spesso confusa.
Per ansia sociale, esperienza profondamente umana, normale e fisiologica, percepita da quasi tutti, s’intende l’insieme dei fenomeni di disagio provati in occasione di un confronto con alcune o tutte le situazioni sociali o delle situazioni in cui è richiesta una performance (Antony e Rowa, 2010). L’ansia è caratterizzata da uno stato di attivazione neurovegetativa che tende a perdurare e che può manifestarsi con tachicardia, difficoltà respiratorie, tremori, vertigini, rossore, sudorazione o tensione muscolare. Provare ansia sociale non denota necessariamente essere affetti da un disturbo psicologico oppure essere persone deboli.
Alcune ricerche hanno evidenziato che vi sono tre tipi di situazioni sociali che possono scatenare una reazione da ansia sociale: l’interazione (ad esempio, avere una conversazione), essere osservati (per esempio, mangiare o bere in pubblico) e le prestazioni davanti ad altri (ad esempio, tenere un discorso) (Bögels S.M. et al., 2010). Le persone temono di essere osservate, giudicate e divenire oggetto di scherno da parte degli altri, di provare imbarazzo, di sentirsi umiliate.
È possibile concettualizzare l’ansia sociale come posta su un continuum di manifestazioni che vanno da una lieve timidezza a sintomi molto intensi e pervasivi (v. grafico).

timidezza
La timidezza rappresenta una forma più lieve di ansia sociale che si situa sull’elusivo confine che divide un tratto ancora accettabile, variante normale della condizione umana, dalla patologia vera e propria. In certi casi può trasformarsi in un problema d’interesse clinico. La timidezza è un concetto vago, una sorta di “parola-contenitore” che racchiude tante realtà e altrettanti individui, per questo motivo sono state date diverse definizioni di timidezza, che sottendono concettualizzazioni differenti. Può essere genericamente definita come la propensione a provare disagio, preoccupazione o tensione negli incontri sociali, soprattutto con persone e situazioni poco familiari. Si manifesta quando i timidi sono in presenza, reale e concreta, di altre persone, oppure simbolica, rappresentata da regole, valori e standard della cultura di riferimento.
Gli elementi costitutivi della timidezza possono combinarsi in vari modi, delineandone varie forme (Grimaldi, 2008). Zimbardo (2008) distingue i timidi cronici, i quali ritengono che questa condizione sia connaturata alla loro struttura di personalità, dai timidi situazionali, che invece ritengono che siano alcune caratteristiche delle situazioni sociali ad indurli a reagire in maniera timorosa. Rivalutare la timidezza come reazione spesso appropriata alle pressioni della situazione, secondo Zimbardo e collaboratori, può costituire un primo passo per ridurla. Il numero e la specificità delle situazioni temute varia da caso a caso.

Timidi si nasce?
Fattori legati alla costituzione biologica e diverse variabili ambientali s’intrecciano, influenzandosi e determinando diversi percorsi evolutivi. Alcuni fattori psicofisiologici rendono certi individui più sensibili alla paura. Per esempio una maggiore suscettibilità del sistema nervoso simpatico può determinare differenze nell’intensità emotiva, nella persistenza dell’emozione innescata, nella modulazione o regolazione delle emozioni, nel tempo necessario alla manifestazione di un’emozione, nell’ampiezza del campo emotivo, nella labilità della risposta e nel tempo necessario al recupero dell’omeostasi. Secondo Thomas e Chess (1977) esistono differenze temperamentali tra gli individui: quelli con un temperamento calmo e riflessivo (temperamento inibito) tendono a cercare meno gli stimoli sociali e a interagire di meno; esercitando meno le proprie abilità sociali, questi individui potrebbero essere predisposti alla timidezza in misura maggiore rispetto ad altri individui con temperamento differente.
Nascere con la propensione alla timidezza, non implica che un bambino necessariamente lo diventi. Né tantomeno un bambino timido lo resterà anche da adulto. I processi di negoziazione bambino-ambiente possono dare luogo a percorsi di sviluppo differenti.
Tra le variabili ambientali vanno annoverate sia le esperienze di apprendimento sia i fattori educativi (Bislenghi e Marsigli, 2005). Crescere in una famiglia, i cui membri sono afflitti da ansia sociale, rappresenta un ambiente in cui il figlio è esposto costantemente alle convinzioni di un mondo pericoloso e l’incapacità di affrontarlo e gestirlo. Dai familiari viene appreso un modello di comportamento tendente a evitare le situazioni temute e impedire, viceversa, la messa in atto di comportamenti che possano disconfermare tali convinzioni, scoraggiando le esperienze di esplorazione e di allontanamento/autonomia del figlio. Per di più, in queste famiglie, spesso mancano occasioni sociali in cui sia possibile allenare le abilità relazionali. Alcune esperienze sociali negative, ad esempio essere derisi dagli altri, le “figuracce”, possono rappresentare le basi dell’apprendimento di atteggiamenti ansiosi. Inoltre alcuni atteggiamenti dei genitori, per esempio trascuratezza, ipercriticismo, eccessiva severità, possono minare le basi della fiducia del figlio, radicando timori verso le esperienze sociali.
Pur essendo una forma lieve di ansia sociale, la maggior parte delle persone che soffre nella silenziosa prigione della timidezza, descrive questa caratteristica come “condizione sgradevole” che interferisce con la loro vita quotidiana, punteggiata di emozioni che possono divenire invalidanti. I timidi sono proni all’imbarazzo e vergogna, sperimentate nelle situazioni sociali.
Secondo Lewis (2001) la chiave scatenante delle emozioni sociali – come l’imbarazzo e la vergogna – è la coscienza di sé, la consapevolezza di se stessi e del proprio mondo interno. L’imbarazzo è causato dal fatto che viene prestata troppa attenzione a se stessi, invece che agli altri e al mondo esterno. I timidi, facilmente impauriti e agitati a causa della loro suscettibilità fisiologica, sono acutamente consapevoli di un’esperienza interna sgradevole. La vergogna, pur essendo simile all’imbarazzo nel focalizzare l’attenzione su se stessi, è più complessa: ci si vergogna quando si pensa di aver fatto qualcosa di sbagliato e di aver fallito uno standard interiore, ci si valuta negativamente, reputandosi persone di scarso valore, indegne di amore e ci si vergogna. La self-conscious shyness (paura di sé) è caratterizzata dai fenomeni connessi alla coscienza di sé, di percepirsi come oggetto sociale, sottoposto alla valutazione dei suoi simili.

La timidezza è un disturbo psicologico?
Nelle ricerche coordinate da Zimbardo è emerso che più dell’80% delle persone si è dichiarata timida in qualche fase della propria vita, mentre il 42% si considerava timida in quel momento. Se ne dichiarano afflitte così tante persone perché essa è annidata nel profondo della natura umana. È anche possibile che una persona non si consideri timida e tuttavia sperimenti occasionalmente sentimenti di timidezza. Perché moltissime persone si considerano tali? Tutti gli esseri umani hanno avuto, o hanno, paura degli altri, avvertita come disagio oppure senso di diffidenza verso gli altri. La sensibilità alla paura, compresa la capacità di individuare velocemente i pericoli, è importante per la sopravvivenza, in quanto consente agli individui di proteggere se stessi e gli altri. Il timore degli estranei e delle situazioni nuove può configurarsi come una risposta normale alle circostanze. La paura delle persone sconosciute (fearful shyness) si manifesta molto precocemente, a partire dall’ottavo mese di vita. Corrisponde a una tappa psicologica normale del bambino, anche se in alcuni può essere eccessiva fin dai primi anni di vita. Le differenze individuali nell’intensità delle reazioni di paura verso gli sconosciuti hanno origine nelle differenze neurobiologiche tra gli individui. Comprendere e accettare questo vuol dire riuscire a ridimensionare almeno in parte l’insofferenza ed il rifiuto delle sensazioni fisiologiche che proviamo quando viviamo le normali emozioni che fanno parte del nostro essere umani.
Le caratteristiche sociali e culturali dell’ambiente influiscono profondamente sulla considerazione e l’accettazione che le persone hanno rispetto a questa penosa percezione di sé (ad esempio è plausibile che comportamenti riservati e introversi siano più accettati nelle culture orientali che si focalizzano sulla “collettività”, e lo siano meno nelle culture individualiste, come quelle occidentali). Di conseguenza, l’adattamento sociale e culturale della persona timida in alcuni contesti può essere molto difficile, molto meno in altri (Axia, 1999). Anche culture tra loro distanti nel tempo hanno considerato la timidezza in modo profondamente diverso. Alcune di esse l’hanno stigmatizzata, mentre in altre era ritenuta indice di sensibilità e nobiltà d’animo.
Esistono differenze culturali anche nel tipo di situazioni che induce ansia sociale (ad esempio, i giapponesi e i coreani possono manifestare una “forma asiatica” di disturbo d’ansia sociale – Tajiin Kyofusho Syndrome, legata alla preoccupazione di fare qualcosa che possa offendere o imbarazzare gli altri, più che se stessi). Non è sufficiente quindi individuare le situazioni sociali temute da una persona che soffre di DAS, ma è anche necessario comprenderne il punto di vista, soprattutto per gli appartenenti a – o influenzati da – una cultura differente.
Alcuni autori (Andrè, 1999) hanno sottolineato la differenza tra una timidezza pubblica, facilmente riscontrabile dagli interlocutori e dagli osservatori, e una “timidezza privata”, una forte apprensione che il soggetto timido prova senza che gli altri lo notino. In linea di massima, quando una persona parla della propria timidezza, allude alle manifestazioni di “timidezza interna”, mentre quando parliamo della timidezza altrui, prendiamo in considerazione soprattutto i segni esteriori della “timidezza esterna”.

Il timido è un fobico sociale?
La timidezza può essere facilmente confusa con la fobia sociale, ma la peculiarità di questo disturbo è un’intensa e persistente paura di affrontare le situazioni in cui si è esposti alla presenza e al giudizio degli altri. Il timore di agire in modo goffo o inadeguato, spesso infondato, o di mostrare sintomi di ansia, l’eccessiva sensibilità del giudizio altrui, anticipato come negativo, le intense reazioni emotive e l’evitamento e/o l’ansia anticipatoria delle situazioni sociali, rappresentano il nucleo psicopatologico della Fobia Sociale (DSM IV-TR, 2000). Le persone con fobia sociale possono manifestare la loro difficoltà in molteplici attività ed è presente in molti contesti (fobia sociale generalizzata) oppure è limitata a uno o poche situazioni (fobia sociale specifica o circoscritta).
Recentemente è stata pubblicata la V edizione del DSM, nel quale è presente questo titolo: Disturbi d’Ansia Sociale (Fobia Sociale). Allen Frances (2013) polemizza contro questa dicitura, poiché sembrerebbe assimilare i disturbi di ansia sociale alla fobia sociale, sostenendo anche che in questo modo la fobia sociale ha inglobato la timidezza quotidiana, tratto assolutamente normale della natura umana, nel terzo disturbo mentale più diffuso al mondo. La differenza tra le due condizioni non va cercata soltanto nella quantità, secondo l’ipotesi dello spettro (vedi grafico), ma anche nella qualità di questo disagio esperito. La timidezza non interferisce pesantemente con la riuscita scolastica, sociale e lavorativa. Nonostante la ritrosia sociale e l’inibizione comportamentale, il timido vive il suo timore degli altri come una normale difficoltà, da affrontare e superare. Perviene spesso a un adattamento sociale soddisfacente, non tende a evitare sistematicamente gli incontri e le relazioni, come succede nei fobici sociali che percepiscono il disagio come invalidante e insormontabile.
Ovviamente ci sono persone la cui ansia sociale è talmente invalidante, che può inficiare il funzionamento sociale, lavorativo e/o scolastico dell’individuo, spesso inferiore rispetto alle sue competenze e alle sue ambizioni, tale da necessitare di una terapia farmacologia e psicoterapica. Tuttavia, non c’è nessun confine chiaro a separare la timidezza normale, condizione non psicopatologica, dal disturbo mentale di Ansia Sociale, e questo potrebbe ingenerare confusione anche nei clinici.

 

BIBLIOGRAFIA

• American Psychiatric Association (2000) DSM IV – TR. Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Masson.

• American Psychiatric Association DSM V (2014). Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Raffaello Cortina Editore.

• André C. (1999). La timidezza. Editori Riuniti.

• Anthony M.M. e Rowa K. (2010). Disturbo d’ansia sociale. Giunti.
• Axia G. (1999). La timidezza. Il Mulino.
• Bislenghi L. e Marsigli N. (2005). Il timore degli altri. Ecomind.
• Bögels S.M., Alden L., Beidel D.C., Clark L.A. Pine D.S., Stein M.B., Voncken M. (2010) Social Anxiety Disorder: Questions and Answers for the DSM-V. Depression & Anxiety,; 27: 168-189;
• Frances A. (2013). Primo non curare chi è normale. Bollati Boringhieri.

• Grimaldi P. (2008). A quale timidezza appartieni? Franco Angeli.

• Lewis M (2001). Il sé a nudo. Alle origini della vergogna. Giunti Editore.

• Thomas A., Chess S. (1977). Temperament and development, New York, Brunner-Mazel.

• Zimbardo P. e Radl S. (2008). Il bambino timido. Erickson.