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| ASPETTI
SINTOMATOLOGICI
E DIFFERENZE CULTURALI DELLA FOBIA SOCIALE
| La
fobia sociale viene definita come una “paura marcata
e persistente di una o più situazioni sociali o prestazioni
nelle quali la persona è esposta a persone non familiari
o al possibile giudizio degli altri” (DSM IV-TR).
Vengono identificati due sottotipi principali di ansia sociale.
Quella generalizzata e quella specifica.
L’ ansia generalizzata emerge in tutte le situazioni
in cui l’individuo ha delle interazioni sociali (avere
una conversazione, partecipare a feste, partecipare a dei
gruppi): questa fobia è sicuramente un aspetto grave
e limitante per la persona, che tende ad evitare via, via
tutte le situazioni in cui entra in contatto con gli altri.
L’altro sottotipo invece, l’ansia sociale specifica,
è leggermente meno limitante, e si presenta come una
paura che insorge in situazioni specifiche e definite (ad
esempio parlare in pubblico)
Nel 1993 Heimberg aggiunge alla distinzione tra ansia sociale
generalizzata e ansia sociale specifica, l’ansia sociale
non generalizzata. Fanno parte di questo terzo sottotipo tutti
coloro che, pur soffrendo dei sintomi propri dell’ansia
sociale, riescono ad avere comportamenti funzionali in almeno
una delle seguenti aree: interazioni formali, interazioni
informali, interazioni assertive, o l’essere osservati.
Per comprendere di che tipo di ansia il soggetto può
soffrire Leibowitz (1987) cerca di discriminare due aspetti
di questa fobia attraverso una scala formata da 24 item: l’autore
distingue nella fobia sociale generalizzata, l’ansia
sociale propriamente detta, dall’ansia di performance.
L’ansia sociale è riferita alla paura che il
soggetto prova in modo indiscriminato in tutte le circostanze
caratterizzate dalla presenza di altre persone (feste, parlare
con un estraneo, esprimere disaccordo, guardare negli occhi
una persona). L’ansia di performance invece riguarda
le situazioni in cui i soggetti devono compiere una prestazione
o un comportamento che deve essere giudicato dagli altri (telefonare,
bere insieme con altri, lavorare essendo osservati, cercare
di conoscere qualcuno). In entrambi questi due casi, per le
persone che ne soffrono, diventa difficile affrontare quotidianamente
ogni genere di attività dove siano implicati altri
soggetti, un disagio che va oltre la semplice timidezza, anche
se non sono ancora ben chiare le correlazioni tra essa e la
fobia sociale.
In tutti questi casi l’individuo presenta sintomi simili:
innanzi tutto i soggetti percepiscono reazioni fisiologiche
particolari. Improvvisamente avvertono tremori, palpitazioni,
sudorazione eccessiva e rossore. Il respiro tende ad aumentare
in modo repentino e si associa spesso a dolori allo stomaco,
fino alla nausea o alla necessità di andare al bagno.
Alcune persone al momento di parlare iniziano a balbettare,
o ad avere la sensazione di una mancanza totale di controllo.
A livello cognitivo infatti il soggetto avverte come un “vuoto
mentale”, e un senso crescente di allarme e pericolo:
si ha come la sensazione di essere al centro dell’attenzione
altrui, cosa oggettivamente non riscontrabile, e si pensa
che in quel preciso momento, gli altri intorno ci stiano osservando
pronti a giudicare come siamo, cosa facciamo, come lo facciamo
(Fenigstein et al., 1975; Buss, 1980).
Si innescano in questo modo una serie di immagini e pensieri
negativi su come si evolverà la situazione, che non
faranno altro che peggiorare il senso di allarme e di paura
provato. La persona riesce a focalizzarsi esclusivamente sugli
aspetti negativi della situazione, e non pensa ad altro che
alla brutta figura che sta facendo. Ciò accade senza
che il soggetto riesca ad esercitare nessun tipo di controllo
su di sé, anche se può essere consapevole del
fatto che tale reazione è del tutto esagerata (Northumberland
Mental Health, 2000).
Il soggetto sviluppa in questo modo la volontà di evitare
le situazioni in cui emergono tali sensazioni e tali pensieri
sgradevoli: inizierà così a crearsi un vero
e proprio “bozzolo” di protezione, che lo aiuterà
sì a proteggersi dall’ansia, ma gli impedirà
anche di fare nuove esperienze, di apprendere abilità
e di smentire le proprie paure. La vita dei pazienti affetti
da fobia sociale inizia dunque a diventare molto ritirata,
benché essi difficilmente lo ammettano. (Turner, Beidel,
e Cooley, 1984).
Si rafforzeranno con il tempo le convinzioni di non essere
all’altezza delle situazioni, di essere una persona
debole o incompetente, di non essere in grado di controllare
i sintomi ansiogeni nelle situazioni sociali. Si rafforzerà
dunque anche la certezza per il soggetto che di fronte a quei
casi “l’ansia prenderà il sopravvento e
tutti rideranno di lui”. Si arriva in questo modo ad
un vero e proprio evitamento sia da un punto di visto cognitivo,
sia da un punto di vista comportamentale ed emotivo.
L’ansia sociale deve essere comunque differenziata dai
sintomi propri di altre patologie.
Tra queste ci sono per esempio gli attacchi di panico: è
frequente infatti che chi soffre di attacchi di panico sviluppi
anche paure sociali, ma esse sono secondarie e conseguenti
agli attacchi. Anche la depressione comporta un certo distacco
sociale, ma esso deriva di solito dal tono dell’umore
particolarmente basso e non tanto dalla compromissione delle
abilità sociali. Inoltre è importante differenziare
i sintomi dell’ansia sociale da quelli presenti nei
disturbi di personalità quali il Disturbo Evitante
e quello Ossessivo-Compulsivo: entrambi presentano dei tratti
caratteristici della fobia sociale, ma in realtà coinvolgono
il soggetto in un quadro più complicato e ampio di
patologia.
Si è cercato di capire quanto fosse rilevante la cultura
nel determinare le cause e l’incidenza sia della timidezza,
sia della fobia sociale. Infatti ogni cultura definisce in
modo diverso le situazioni “imbarazzanti” e dà
un peso differente alle varie abilità sociali. Alcune
ricerche hanno evidenziato ad esempio che la timidezza è
avvertita in modo minore negli ebrei americani rispetto ai
ragazzi americani e agli asiatici. Questo può derivare
dal fatto che nella cultura ebraica il successo tende ad essere
attribuito maggiormente all’individuo, mentre l’insuccesso
viene distribuito maggiormente nel gruppo di appartenenza
(amici, insegnanti, famiglia). Nella cultura asiatica e in
quella americana invece l’insuccesso ricade più
pesantemente sul singolo: questa differenza di attribuzione
può contribuire a far sì che l’individuo
senta in modo differente il peso delle proprie azioni e dei
propri fallimenti. La timidezza eccessiva viene comunque definita
in modo simile in tutte le culture, ed è identificata
come qualcosa che impedisce il normale “star bene”
(P. Zimbardo e S. Radl, 2000).
Anche la fobia sociale presenta gli stessi sintomi in tutte
le culture, ma sono differenti le situazioni che scaturiscono
tali paure.
In estremo oriente per esempio è presente la sindrome
taijin kyofush: è una paura incontrollata di procurare
offesa e imbarazzo agli altri, arrossendo, mostrando parti
del corpo spiacevoli da vedere o emettendo odori corporei
(Chang, 1984). Questo è molto diverso da ciò
che provoca ansia nella nostra cultura: mentre in Giappone
in primo piano è la paura di recare offesa agli altri,
nella cultura occidentale è più comune la paura
di essere giudicati in modo negativo dagli altri.
Inoltre la diversità di esprimersi nelle diverse culture
può portare ad una diversa interpretazione dei sintomi
che i soggetti presentano: per esempio abbassare lo sguardo
e rimanere più a lungo in silenzio durante una conversazione
per gli Indiani d’America è un segno di rispetto,
mentre per gli occidentali può presentarsi come un
segnale di disagio.
E’ importante dunque tener conto di tutti i sintomi
che possono essere correlati alla fobia sociale, per identificarla
e comprenderla, ed è altrettanto importante interpretare
questi sintomi alla luce della cultura entro cui si manifestano.
| Beider,
D.C., Turner, S. M., (1988), Timidezza e Fobia Sociale,
McGraw-Hill .
Buss,
A., H., (1980), Self-consciousness and social anxiety,
San Fancisco: W. H. Freeman & C.
Chang,
S.,C., (1984),[ English-language review of Yamashita],
Transcultural Psychiatry Review,21, 283-288
Fenigstein, A., Scheir, M. F., e Buss (1975), Public
and Private self-consciousness: assessment and theory,
Journal of Consulting and Clinical Psychology,
43, 522-527.
Heimberg,
R. G., Holt C. S., Hope D. A. Spitzer, R.L., e Liebotwiz
M.R., (1993) The iussue of subtypes in the diagnosis
of social phobia. Journal of Anxiety Disorders,
7, 249-269
Liebowitz,
M., K.,(1987), Social Phobia; Mod Probl, Pharmaco
Pschiatry, 22, 141-173
Northumberland
Mental Health Nhs Trust, (March 2000),
Shyness and Social Phobia.
Zimbardo,
P., Radl, S., (2000), Il bambino timido, Erickson.
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IL
MODELLO COGNITIVISTA DELLA FOBIA SOCIALE |
La
fobia sociale è un disturbo molto diffuso ed
invalidante. Gli sviluppi più recenti della teoria
cognitiva hanno contribuito al modo in cui questo tema
viene concettualizzato ed affrontato.
Il modello cognitivo della fobia sociale sviluppato
da diversi autori (Clark e Wells, 1995-1997; Wells e
Matthews, 1994), rappresenta un traguardo, in quanto
mostra i progressi della terapia cognitiva nel campo
dei disturbi d’ansia. Secondo questo modello,
il disturbo della fobia sociale dipende da un lato da
un processo maladattivo di elaborazione del sé
come oggetto sociale e dall’altro da atteggiamenti
di ricerca di sicurezza che contribuiscono al mantenimento
del problema.
Clark e Wells (1995; 1997) hanno proposto un modello
cognitivo dettagliato della fobia sociale, basato su
un modello di autoregolazione della vulnerabilità
emozionale. Secondo questo modello, la caratteristica
centrale dei fobici sociali è il forte desiderio
di dare una buona impressione di sé agli altri,
ma tale desiderio è messo in discussione dalla
sensazione di non avere le capacità per riuscirci.
Questa insicurezza è contraddistinta da atteggiamenti
negativi verso la propria prestazione, da strategie
comportamentali protettive e da procedure di evitamento.
I soggetti fobici, anziché concentrarsi sulla
situazione sociale e sul feedback degli altri, focalizzano
l’attenzione su loro stessi ed usano le informazioni
che ottengono dalla propria auto-osservazione per valutare
come appiano e cosa gli altri pensino di loro. L’attenzione
diretta a sé, insieme ad i comportamenti protettivi
e di evitamento, elude la falsificazione dell’auto-valutazione
negativa ed induce gli altri a percepire il soggetto
fobico sociale sotto una luce negativa, suggestionando
la prestazione del soggetto nella situazione sociale.
Il modello di Clark e Wells pone particolare enfasi
sull’attenzione alla focalizzazione del sè
e l’uso delle informazioni interne per costruire
un’impressione distorta e negativa di un sè
osservabile. In generale si pensa che l’ansia
sociale sia associata alla riduzione dell’esternazione
dei segnali sociali. Questi due autori (Clark e Wells),
in ogni caso, suggeriscono che chi soffre di fobia sociale
riduce i processi di esternazione delle situazioni sociali.
In particolare i fobici sociali si accorgono e si ricordano
segnali/risposte degli altri che tendono ad interpretare
poi come negativi.
Dando il giusto peso alle reazioni negative nella maggior
parte delle normali interazioni sociali, molti dei segnali
che vengono conosciuti e ricordati, possono essere segnali
ambigui che possono essere interpretati negativamente.
Questo fenomeno può risultare particolarmente
evidente quando si parla in pubblico in una situazione
ansiogena. Forse come conseguenza dell’errata
applicazione, ad una a una, della regole sulle interazioni
sociali (“quando ascoltano un’altra persona,
possono mostrare di seguire il discorso facendo un sorriso
o con un cenno del capo..ecc”) nel leggere le
situazioni sociali, i fobici sociali tendono a interpretare
l’assenza di segnali positivi (nessun sorriso,
nessun cenno del capo...) e la presenza di risposte
ambigue (come il guardare in basso, o l’interrompere
il contatto oculare ecc..) in una assemblea possono
essere interpretati come segni negativi (sempre quando
si parla in pubblico), quando invece potrebbero benissimo
essere interpretati nel senso che la presentazione è
stimolante e fa riflettere.
Solitamente
vengono citate dieci ipotesi di Clark (2001):
1. i fobici sociali interpretano gli eventi sociali
in una modalità eccessivamente negativa.
2. I fobici sociali mostrano un aumento dell’attenzione
su se stessi quando sono ansiosi in situazioni sociali.
3. I fobici sociali mostrano ridotta esternazione
dei segnali sociali quando sono ansiosi
4. I fobici sociali generano immagini della prospettiva
dell’osservatore, di come loro pensano di
apparire agli altri in situazioni temute. (non alla
lettera: le fobie sociali portano ad una dispercezione
del sé… ossia fanno sì che chi
ne soffre abbia una percezione distorta di come
appare agli altri nelle situazioni da lui temute)
5. I fobici sociali usano le informazioni interne
rese accessibili dalla focalizzazione del sé
facendo attenzione a fare (erronee) previsioni di
come appaiono agli latri. ( Non alla lettera:I fobici
usano le informazioni interne rese disponibili dalla
focalizzazione del sé/ su di sé..per
fare inferenze su come appaiono agli altri.)
6. In situazioni di sicurezza e attenzione focalizzata
del sé fanno attenzione ad evitare la disconferma
delle credenze negative dei fobici sociali e mantenendo
quindi, la fobia sociale.
7. In situazioni in cui si attuano comportamenti
per la propria sicurezza, (cioè per tutelarla)
e in cui si è focalizzati su se stessi, i
fobici sociali possono apparire agli altri meno
desiderabili.
8. L’esternazione di segnali sociali dovuta
alla fobia sociale può essere interpretata
dagli latri come un segno di disapprovazione.
9. I fobici sociali si impegnano nel trattare anticipatamente
in modo negativo un evento, prima di immettersi
nella situazione sociale temuta.
10. Dopo gli eventi, chi soffre di fobia sociale,
rimugina prolungatamente e negativamente (ha pensieri
a valenza negativa) su tali eventi. |
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Un
altro aspetto importante sono le assunzioni di base: catastrofizzazione
circa le conseguenze di eventuali comportamenti, standard
elevati per le performance sociali e schemi su se stessi assolutamente
negativi. Esempi di percezione di sé: “mi sento
così agitato che sicuramente sto dando una cattiva
impressione di me”, oppure “Sento la mia voce
come gracidante, patetica e debole”. Tali informazioni
interne sono usate per elaborare delle inferenze su come si
appare agli occhi degli altri e sul giudizio di questi ultimi.
In alcune condizioni la persona evita completamente la situazione
sociale temuta, togliendosi così della possibilità
di contraddire le proprie credenze e i propri giudizi negativi.
Le preoccupazioni connesse all’anticipazione e all’analisi
a posteriori partecipano al mantenimento del problema, preattivando
i processi negativi e favorendo, dopo l’incontro, questi
timori con sentimenti ed immagini distorte di sé.
Il fobico sociale tende a rimuginare sugli aspetti negativi
delle situazioni passate e sulle situazioni future; questi
fattori contribuiscono a mantenere giudizi negativi di realtà
distorte.
Da segnalare anche i comportamenti protettivi, i quali sono
comportamenti o azioni mentali messe in atto dal paziente
più o meno volontariamente, vengono utilizzati nel
tentativo di nascondere o evitare le temute conseguenze, hanno
la funzione di proteggere il soggetto dalle conseguenze temute
dell’ansia, ma in realtà sono dannosi e quindi
devono essere eliminati, perchè concorrono alla permanenza
del problema per mezzo dei seguenti meccanismi:
-
restrizione del focus attentivo sul sé,
- ostacolo alla verifica,
- aumento dei sintomi temuti
(es. tremare, sudare, vuoti di mente, perdere il controllo…),
- influenzamento della situazione sociale
(es. facendo apparire la persona ostile e fredda) |
Alcuni
esempi di comportamenti protettivi: Tremare—Impugnare
con forza gli oggetti; evitarne alcuni, tenere le braccia
appoggiate; provare a controllare i movimenti. Sudorazione
ascellare—Tenere le braccia strette lungo il corpo;
tenere le braccia conserte; non togliersi la giacca; concentrarsi
sul proprio sudore. Parlare di fronte agli altri—Parlare
velocemente; non guardare gli altri; non prendere pause; attenzione
rivolta alle proprie sensazioni somatiche.
Un
altro concetto fondamentale sono gli aspetti pre e post evento,
cioè l’ansia anticipatoria e la valutazione successiva.
Molte esperienze di fobie sociali sono considerabili ansiose
quando anticipano un evento sociale, ovvero quando le persone
che soffrono di fobia sociale danno la priorità a ciò
che pensano possa accadere loro. Appena iniziano a pensare
all’evento diventano ansiosi e i loro pensieri tendono
ad essere dominati da una raccolta di fallimenti passati,
da immagini negative di loro stessi durante l’evento
e da altre nuove predizioni di misere figure, o dal fatto
di essere respinti.
A volte, queste ruminazioni portano chi soffre di questa paura
ad evitare completamente gli eventi. Se ciò non accade
ed il soggetto partecipa agli eventi, è come se si
sentisse dentro una modalità di processi già
focalizzati sul sé, si aspetta il fallimento e gli
fa meno piacere non riconoscere alcun segno di approvazione
da parte delle altre persone.
Vivere o fuggire un evento sociale, non porta necessariamente
ad un immediato pensiero negativo nella persona con fobia
sociale e ciò fa calare lo stress. Non c’è
un lungo ed immediato pericolo sociale, così l’ansia
rapidamente declina.
Tuttavia la natura delle interazioni sociali non è
tale da far ricevere a chi soffre di questo disturbo, segnali
di approvazione non ambigui dagli altri e per questa ragione
non è raro per chi soffre di fobia sociale arrivare
al post-mortem dell’evento. L’interazione è
rivissuta nei dettagli e, durante queste revisioni, le sensazioni
del paziente ansioso e le sue percezioni, sono associate a
figure particolarmente preminenti, come se loro fossero esaminati
nel dettaglio, mentre i pazienti erano nella loro situazione
e quindi questo sarebbe fortemente impresso nella memoria.
La sfortunata conseguenza di questo è che il rivissuto
del paziente, è come se fosse dominato dalla sua percezione
negativa del sé e l’intenzione è quasi
come se fosse vista più negativa di quello che realmente
è. Questo può spiegare perché alcuni
fobici sociali manifestano un senso di vergogna che persiste
per un pò dopo che l’ansia è scomparsa.
Un qualunque aspetto del Post-Mortem (del sintomo) è
la modalità di percepire il fallimento sociale.
La recente interazione, unita alla lista dei fallimenti passati,
rafforzerà la convinzione di inadeguatezza sociale
del paziente e questa sarà rafforzata.
| Figura
1 Modello della fobia sociale di Clark & Wells
(1995)
In
conclusione (fig.1), secondo il modello cognitivo
della fobia sociale avanzato da Clark e Wells (1995;
1997) quando una persona si trova a vivere una situazione
pubblica, si riscontra la seguente sequenza di eventi:
la situazione attiva le credenze relative al potenziale
fallimento della prestazione e le implicazioni legate
alla manifestazione dei sintomi; ciò induce
il soggetto a percepire un pericolo sociale che diviene
visibile nelle preoccupazioni anticipatorie o nei
pensieri automatici negativi. Come per esempio: “non
cosa dire, la gente penserà che sono stupido”;
oppure “cosa succederà se sudo o balbetto?
Tutti mi noteranno e penseranno che non sono normale”.
I pensieri automatici negativi sono associati all’attivazione
dell’ansia, sotto forma di sintomi somatici
o cognitivi, che diventano ulteriori fonti di pericolo,
perché sono soggetti a giudizi negativi e potrebbero
essere interpretati come prove di umiliazione o fallimento.
La strategia difensiva porta a concentrare l’attenzione
su di sé e sui propri comportamenti.
Gli studi sopra esaminati sono un incoraggiante sostegno
per la maggior parte delle ipotesi inserite nei modelli
di Clark e Wells.
Tuttavia solo per alcune di queste ipotesi sono stati
finora riferiti solo studi analogici e sarà
necessario confermare le loro scoperte (attraverso
studi su pazienti) studiando i pazienti.
Inoltre, molti aspetti dell’ipotesi restano
da essere valutati e i veri stati causali di molti
processi necessitano di essere dimostrati attraverso
la manipolazione del processo relativo ad essi. |
Dott.ssa Francesca Birello
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Riferimenti bibliografici: -
Beck A.T., Emery C., Greenberg R.L., (1985), Anxiety
Disorders and Phobias:A cognitive perspective.
New York: Basic Books.
- Clark, DM.(1986), A cognitive model of panic.
Behaviour Research and therapy; 24, 461-470.
- Clark DM., Wells A. (1995). A cognitive model of
social phobia. In R. Heimberg, M. Liebowitz, D.A.
Hope & F.R. Schneier (Eds) Social Phobia:
Diagnosis, Assessment and Treatment. New York:
Guilford Press.
- Wells A. (1999), Trattamento cognitivo dei disturbi
d’ansia, curatore edizione italiana: Sica
Claudio, Psicologia McGraw-Hill, Milano;
- Wells A., Matthews G. (1994), Attention and
Emotion. A clinical Perspective. Hove, Uk : Erlbaum.
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